Il fondatore  San Gaspare Bertoni (1777-1853)

ilfondatore-sangaspareA 23 anni ricevette il dono più grande e la sofferenza più acuta. Il dono fu l’ordinazione sacerdotale. La sofferenza fu la separazione consensuale e irreparabile di suo papà e di sua mamma. Il padre, di famiglia nobile e molto ricca, era incapace ad amministrare e stava dilapidando il patrimonio.

La mamma era sprofondata nella tristezza dopo che il vaiolo le aveva portato via l’unica sua bimba, tre anni e mezzo, vivace come un uccellino e bella come un fiore. Da quella tristezza non sarebbe guarita mai più (forse fu una profonda depressione). Gaspare fu sempre accanto a sua madre, Brunora Ravelli, con infinita delicatezza. La vide sfiorire rapidamente, divenne anche il suo confessore, e le diede gli ultimi Sacramenti poco prima che si spegnesse.

Quand’era ancora ragazzo, Gaspare vedeva per le strade della sua Verona altri ragazzi molto diversi da lui: abbandonati a se stessi, smunti e malaticci. Vivevano in bande per darsi forza a mendicare e a rubare. La scuola (che lui frequentava) era un privilegio delle famiglie benestanti che potevano pagarsi un insegnante. Quei ragazzi erano uno degli effetti perversi delle interminabili guerre tra i francesi di Napoleone e gli austriaci dell’Imperatore, che riempivano gli ospedali di feriti, devastavano le campagne, paralizzavano i commerci distribuendo miseria a tutti.

Seminarista, Gaspare prestava servizio negli ospedali, faceva catechismo nella parrocchia di S. Paolo. Quando gli venne affidato un gruppo consistente di preadolescenti da preparare alla prima Confessione, pensò di rompere la giornata monotona con allegre iniziative: li portava nei prati a fare clamorose partite, organizzava con loro belle passeggiate ai vari santuari della città, li portava anche a vedere i feriti di guerra negli ospedali con qualche dono e un po’ d’allegria. Aveva cominciato ad essere ciò che sarebbe stato per tutta la vita: missionario tra i ragazzi.

Ordinato Sacerdote nel 1800, l’anno dopo assistette all’avvenimento più strano possibile: la sua Verona fu spezzata da Napoleone e dagli Austriaci in due città nemiche. L’Adige, che percorreva la città da nord a sud, divenne il confine di Stato: mezza città (36 mila abitanti) era dei francesi, l’altra mezza (20 mila abitanti) degli austriaci. Attraversare un ponte sull’Adige voleva dire attraversare la frontiera, «andare all’estero», con tutte le conseguenze immaginabili.

Don Gaspare continuò a fare il «missionario tra i giovani» di S. Paolo. Durante la settimana, seguito da una decina di ragazzi, faceva processione tra le botteghe degli artigiani. Elemosinava un posto per uno di loro. Dopo giorni di giro riusciva a collocarli quasi tutti. La settimana dopo si ricominciava. Alla domenica si riunivano e giocavano nell’archivio parrocchiale, nella biblioteca. Quando la sorella del parroco non ne poté più, li radunò a casa sua, poco lontano. Nasceva così il primo «oratorio» di Verona: Messa, catechismo e tanta allegria. Per far sapere ai veronesi che i suoi ragazzi non erano ignorantelli, inventò le «mostre di arti e mestieri». I suoi apprendisti gli portavano un bel paio di scarpe realizzato da loro, un bel vestito, una serratura di fattura nuova, il telaio ben disegnato di una finestra, e lui li esponeva ai veronesi, ottenendo per i suoi ragazzi nuovi posti di lavoro. Si cominciò a guardare l’oratorio di S. Paolo con ammirazione, e i parroci vennero a domandare a don Gaspare di trapiantarlo anche nelle loro parrocchie. Arrivarono anche i parroci della campagna intorno. Don Gaspare aveva tra i suoi ragazzi più in gamba un gruppo di «aggregati» che lo aiutava, e ne fece il manipolo di pronto intervento che chiamò «Coorte Mariana».

L’inizio di un nuovo oratorio avveniva così: dalla chiesa parrocchiale usciva in processione marziale la «Coorte Mariana» che percorreva cantando e pregando le vie della parrocchia, invitando i giovani del quartiere o del paese. Quando la processione ben ingrossata rientrava in chiesa, don Gaspare prendeva la parola dal pulpito ed esortava a seguire Gesù sotto la protezione di Maria.

La bella impresa degli Oratori ebbe una brusca frenata nel maggio 1807, quando un decreto di Napoleone proibì «confraternite, congregazioni, compagnie e tutte le società religiose laicali».

La lunga parentesi lontano dai giovani

Il tempo che ebbe libero dalla sempre più limitata attività oratoriana, don Gaspare (30 anni) lo impiegò negli ospedali, tra feriti e malati. Scriveva il 6 marzo 1809: «Il mondo presente è un grande ospedale di infermi: tutti si lamentano e nessuno guarisce sebbene sia pronta la medicina. Questa è la preghiera, che non si fa o si fa male».

Nel 1810 Napoleone soppresse anche tutti gli ordini religiosi maschili e femminili. Fu un colpo gravissimo per la Chiesa. Tra gli stessi preti c’era divisione tra chi si schierava con il Papa (esiliato) e chi aderiva a Napoleone. Più di uno pensava a far carriera e ad accumulare denaro. Il Vescovo dovette proibire ai preti di «andare in maschera, frequentare teatri, commedie e balli».

Il Seminario era ridotto male. C’erano 143 interni e 25 esterni. Gli studenti di teologia (vicini al sacerdozio) erano 60. Padre Bresciani avrebbe scritto: «Non si poteva dire che quello era un seminario, ma piuttosto un miscuglio di corruzione e di disordine». Nel maggio del 1810 il Vescovo chiamò don Gaspare, e gli affidò la direzione spirituale del Seminario. Era un’ obbedienza molto pesante, ma don Gaspare (33 anni) chinò il capo e obbedì. Iniziò con la predicazione degli Esercizi Spirituali. Fece allontanare dal Vescovo alcuni preti frivoli e mondani. Ogni domenica faceva di buon mattino una meditazione ai seminaristi, preparandosi con una notte di preghiera. Lungo la settimana li seguiva uno per uno. Non risparmiò fatiche nel lavoro di ricostruzione di quelle anime, avviandole ad una vita di preghiera e di austerità. Cinque anni dopo lo storico Sommacampagna poteva scrivere: «Il Seminario è un monastero di monaci più che di giovani ecclesiastici». Attorno a don Gaspare si era formato poco a poco un gruppo di suoi «figli spirituali», che vivevano accanto a lui e lo aiutavano in ogni attività pastorale.

Così, nel tempo in cui tutti gli ordini e le congregazioni erano soppressi, intorno a questo prete santo nasceva nel silenzio una nuova famiglia religiosa. Dio semina e fa crescere dove vuole e quando vuole, nonostante i progetti e i divieti dei piccoli uomini che si credono grandi.

Finisce la lunga parentesi

Dopo la disastrosa campagna di Russia e la sconfitta di Lipsia, nel marzo 1814 Napoleone abdicò. La lunga parentesi della lontananza dai ragazzi (1807-1814) per don Gaspare era terminata.

Egli fece risorgere gli Oratori mariani e si gettò nuovamente nell’attività di «missionario tra i giovani». La diffusione degli Oratori fu rapida. «Non vi è chiesa della nostra città – scrive un anno dopo – o parrocchiale o sussidiaria che non abbia aperto un Oratorio ai propri giovani».

I locali e la chiesa delle Stimmate erano stati requisiti dall’autorità nel 1808. Il 4 novembre 1816, dopo essere stati usati da un laico cristiano per una scuola destinata ai ragazzi poveri, furono donati a don Gaspare «per dar vita a una congregazione di preti». In quel freddissimo inverno, in quei locali scrostati, nacque tutto: la comunità di religiosi di don Gaspare; l’opera sociale in cui la comunità si impegnò: una scuola per i ragazzi poveri della città; l’Oratorio che affiancò la scuola. Nacque anche il nome dei religiosi di don Gaspare: la gente li chiamò «i preti delle Stimmate». La vita era austerissima e si svolgeva sotto gli occhi di Dio. Per conservarla così, mentre un tumore dolorosissimo l’abbatteva, don Gaspare scrisse le Regole della sua famiglia.

Dal suo letto di dolore (dove subì diverse operazioni chirurgiche senza anestetico, perché a quei tempi non esisteva) don Gaspare divenne il consigliere spirituale della città. Andavano da lui a confidarsi Vescovi, sacerdoti, gente del popolo e della nobiltà. Andarono a chiedere il suo consiglio anche tre fondatori di nuova famiglie religiose: Antonio Rosmini, Nicola Mazza, Teodora Campostrini. Lo scrittore tedesco L. Schlor, dopo esser vissuto qualche tempo a Verona, scrisse: «Don Gaspare Bertoni, un venerando vegliardo, è l’oracolo della città». Purificato da lunghissime sofferenze, don Gaspare andò incontro a Dio il 12 giugno 1853.

Tratto da un testo di Teresio Bosco